IL MAESTRO DI REGALPETRA

Sciascia, la scuola, la letteratura e l’identità italiana

 

«Non faccio nulla senza gioia» è una frase di Montaigne che Sciascia citava spesso. La troviamo anche ne Il secolo educatore, il breve saggio sulla cultura settecentesca (in Cruciverba), a proposito di Diderot, considerato «la chiave del secolo» per avere inventato «una professione: la più libera che si potesse immaginare», quella dell’intellettuale, da cui è venuta l’ Enciclopedia, che «è appunto il tentativo di dare agli uomini la gioia del proprio lavoro: la gioia della conoscenza, dell’intelligenza».

 Negli anni Ottanta, Sciascia superò il suo precedente illuminismo. Alla giornalista che gli chiedeva: «Non è un illuminista?», Sciascia rispondeva «No, tutto il contrario» (Ma Sciascia non gradisce i panni di Voltaire, “La Repubblica”, 10 settembre 1980).

L’assunzione delle forme di esistenza e conoscenza pirandelliane (quelle del paradosso, dell’assoluto relativo e dell’identità dei contrari) porta Sciascia a concepire la letteratura, oltre che sul piano etico-politico, anche e soprattutto su quello conoscitivo, come un radicale scarto della conoscenza, ovverosia come «sistema di tangenti sulla curva dell’oscuro» (secondo la formula di Borgese). Persiste però, e anzi è appunto potenziato (gnoseologicamente e ontologicamente, direbbero i filosofi), il ruolo educativo della letteratura, poiché «nulla di sé e del mondo sa la generalità degli uomini, se la letteratura non glielo apprende» (scriveva Sciascia in La strega e il capitano e in Porte aperte, citando Brancati).

Sciascia testimoniava questa sua sempre più manifesta religione delle lettere scrivendo, in Nero su nero, che «la letteratura è la più assoluta forma che la verità possa assumere» e che Borges «ha fatto confluire la teologia nell’estetica».

La visione metafisica della letteratura convive in Sciascia, negli anni Ottanta, con una visione realistica e civile della storia della letteratura come contro-storia d’Italia scritta dai suoi intellettuali disorganici. A partire dal Dante esiliato e passando per Manzoni, disorganico al cattolicesimo italiano (nella sua molto personale e significativa lettura dei Promessi sposi attraverso la figura di don Abbondio, lettura che richiederebbe un approfondimento a parte), e per De Roberto e il Pirandello accademico dell’Italia fascista ma disorganico al fascismo. Per finire, magari, con l’amato Borgese che, scrivendo Rubè, si era salvato rifugiandosi nella terra quasi di nessuno di quegli scrittori e di quella certa letteratura italiana di cui Sciascia scriveva in Cruciverba:

«In quella terra quasi di nessuno (o di qualcuno), in quell’esile striscia di territorio intellettuale e morale in cui – come sulla luna il senno di Astolfo e di tutti gli uomini che l’hanno perduto – sta il senno e il senso della storia d’Italia. Di una storia non realizzata, tralignata, impedita; ma che pure esiste, se negli italiani migliori sempre trova testimonianza e altissima l’ha trovata in Dante e in Manzoni. In quella terra quasi di nessuno si ritrova tutto ciò che nella pratica italiana, nel farsi della storia italiana, è stato ridotto a puro nominalismo, a vana retorica, a fittizia conflittualità, da un machiavellismo endemico e a momenti epidemico: vi si ritrova il cristianesimo nella sua essenzialità, il cattolicesimo nelle sue vene più limpide anche se tenui, il diritto più certo, l’aspirazione alla giustizia più fervida, gli ideali del Risorgimento più veri».

 

Questa concezione della letteratura, che la lega alla storia della nazione, che ne fa una sorta di “autobiografia della nazione”, risale ai tempi in cui i ministri della pubblica istruzione si chiamavano Francesco De Sanctis o Benedetto Croce. Tempi lontani in cui però si fonda, come in tutta la storia della nostra letteratura, la nostra identità di italiani. La letteratura è la memoria di questa nostra identità.

Più d’uno ha considerato e considererà, a torto, sorpassata questa concezione, anche se la crisi economica degli ultimi anni sta avendo forse almeno un unico benefico effetto: spingere, viceversa, la nostra società a riscoprire e valorizzare (anche economicamente), il nostro patrimonio di storia e bellezze naturali e artistiche (o quello che ne rimane).

E più d’uno, legato allo spirito d’avanguardia del Novecento o a un’antecedente estetica dell’ art pour l’art, considererà con qualche sufficienza un autore dichiaratamente non letterario e popolare come Sciascia. Valga per questi ultimi un passo di Charles Baudelaire che un critico desanctisiano come Carlo Muscetta citava a conclusione dell’introduzione alla sua traduzione de Les fleurs du mal:

 

«La passione frenetica dell’arte è un cancro che divora il resto; e poiché la netta assenza del giusto e del vero in arte equivale all’assenza dell’arte, l’uomo intero se ne va; la specializzazione eccessiva d’una facoltà finisce nel nulla […]».

 In queste parole di Baudelaire, uno dei sommi autori della letteratura mondiale di tutti i tempi, Muscetta leggeva «un memorabile monito agli epigoni del decadentismo» ribadendo, in definitiva, la concezione desanctisiana che legava l’arte alla vita morale.

 

 

Un esempio d’ironia: l’italiano a scuola e la società italiana

L’esempio è in una pagina di Una storia semplice in cui il professor Franzò incontra il magistrato inquirente, suo ex alunno, che deve raccogliere la sua testimonianza nelle indagini che sta compiendo in un caso di mafia e di droga. Leggiamola:

 Il magistrato si era intanto alzato ad accogliere il suo vecchio professore. «Con quale piacere la rivedo, dopo tanti anni!».

«Tanti: e mi pesano» convenne il professore.

«Ma che dice? Lei non è mutato per nulla, nell’aspetto».

«Lei sì» disse il professore con la solita franchezza.

«Questo maledetto lavoro… Ma perché mi dà del lei?».

«Come allora» disse il professore.

«Ma ormai…»

«No».

«Ma si ricorda di me?».

«Certo che mi ricordo».

«Posso permettermi di farle una domanda?… Poi gliene farò altre, di altra natura… Nei componimenti d’italiano lei mi assegnava sempre un tre, perché copiavo. Ma una volta mi ha dato un cinque: perché?».

«Perché aveva copiato da un autore più intelligente».

Il magistrato scoppiò a ridere. «L’italiano: ero piuttosto debole in italiano. Ma, come vede, non è poi stato un gran guaio: sono qui, procuratore della Repubblica…».

«L’italiano non è l’italiano: è il ragionare» disse il professore. «Con meno italiano, lei sarebbe forse ancora più in alto».

La battuta era feroce. Il magistrato impallidì. E passò a un duro interrogatorio.


Vincenzo Consolo, Leonardo Sciascia e Gesualdo Bufalino (foto Giuseppe Leone)

 

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